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Dove vanno a finire le batterie delle auto elettriche?

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Pubblicato il 15 April 2019
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Il trend che vede la diffusione di auto elettriche è in crescita. Ma dove vanno a finire le batterie ? Proviamo a rispondere a questa domanda…

 

di ALESSIO MACALUSO, Giornalista

 

Il futuro degli spostamenti privati, non siamo certo noi a svelarlo, è destinato ad affidarsi all’auto elettrica. Ma c’è una domanda che in molti si sono già posti: dove andranno a finire, o meglio, come verranno smaltite le batterie delle auto elettriche nel momento in cui avranno perso di efficienza? Domanda lecita, soprattutto per il fatto che il trend che vede la diffusione di auto ad alimentazione elettrificata è in costante crescita e che presto o tardi ci metterà di fronte ad un’esigenza di smaltimento o riciclo completamente inedita.

Un processo ben più ampio comunque, fermo restando che per considerare le auto elettriche un concreto attore della mobilità green, dovremmo guardare a tutta la filiera in chiave ecologista: dalla produzione in serie delle stesse automobili, al modo con cui quotidianamente sceglieremo di ricaricarle, fino – ultimo ma non ultimo (appunto) – al “pensionamento” delle batterie. E dovrebbero essere gli stessi brand dell’automotive a fornire qualche risposta in più, almeno per il primo e l’ultimo punto – con quello centrale (relativo alla produzione di energia elettrica, perché no “rinnovabile”) a carico dei grandi colossi energetici.

Di fatto, quello ad oggi può apparire come un problema marginale, considerata la scarsa diffusione dei veicoli elettrici, se paragonata a quella massiva di vetture ad alimentazione tradizionale (benzina e gasolio) – rischia di avere entità ben diverse tra qualche anno. Si stima infatti che nel giro di un paio di decenni saranno oltre mezzo miliardo le elettriche a spasso ai quattro angoli del globo – a fronte delle poco più di 3 milioni di batterie da smaltire nei prossimi cinque o sei anni.

Fatta questa doverosa premessa, cerchiamo di capire meglio – per quel che si sa al momento – cosa si prevede per il termine della carriera delle batterie auto, in special modo del loro contenuto: il litio e altre sostanze chimiche più o meno dannose. Protagoniste, quindi, non solo le automobili elettriche, ma anche tutte le ibride, plug-in o meno poco importa. Il limite che è stato identificato per definire l’inefficacia della carica delle batterie delle auto elettriche è sotto l’80% di ricarica. Ma quello che non serve più per il corretto funzionamento di un’automobile non è detto possa invece essere ottimale per altri utilizzi. Le batterie auto elettriche possono quindi continuare a funzionare anche per svariati anni, purché ne venga cambiata la destinazione. Non è quindi impossibile vedere le stesse “pile” all’opera prima su un’auto o un bus elettrico, impiegate poi in nautica – ad esempio per alimentare gli impianti anche di grandi imbarcazioni.

A sorpresa è proprio il nostro Paese ad aver messo a punto un sistema di riciclo che non prevede lo smaltimento del solo litio contenuto all’interno delle batterie auto, ma anche del recupero di tutta una serie di sostanze potenzialmente nocive presenti negli accumulatori. Parliamo ad esempio del manganese o del cobalto e a metterlo in pratica sono la COBAT e il CNR di Firenze. Una filosofia intelligente che risolverebbe il problema alla fonte, dal semplice concetto: far sparire nel nulla una batteria dalla sera alla mattina ha senz’altro risvolti più pericolosi e nefasti che riutilizzarla, o addirittura riutilizzarne la maggior parte dei componenti – soprattutto di natura metallica, completamente riciclabili.

Recuperare quindi il nickel o il cobalto (tanto per citarne due) delle prime generazioni di batterie destinate alle auto elettriche non è però affatto facile, in quanto è richiesto un congruo supporto tecnologico per scinderli dalla presenza di altri metalli. Ciò ha ovviamente dei costi non indifferenti e va da sé che il sistema di più vasto respiro sia invece quello di concedere alle batterie non più adatte all’automotive, una più facile e soprattutto economica “nuova vita”.

Un trend che sta diventando piuttosto popolare in terra giapponese. Proprio nel Paese del Sol Levante si stanno moltiplicando moltissimi ristoranti e locali dotati di elettrodomestici alimentati da unità elettriche prese in prestito a quelle auto che non ne hanno più bisogno. In questo caso si può addirittura scendere ad un’efficienza del 50% rispetto a quando la batteria muoveva felice un’automobile. Ma non solo, gli utilizzi che possono avere le batterie auto  esauste successivamente alla carriera a quattro ruote sono una miriade. Sempre in Giappone sono state scelte per alimentare i lampioni dell’illuminazione stradale, mentre in Scandinavia o nella più meridionale Inghilterra, assieme agli accumulatori, le batterie auto scariche sono state installate nelle cantine di molti palazzi. Da qui si ricaricano grazie all’energia solare dei pannelli fotovoltaici installati sui tetti degli edifici, dando luce agli appartamenti e agli uffici, a scale e garage – oltre a far funzionare gli ascensori. E così per altri anni, fino ad essere riutilizzate per compiti successivi per i quali sarà richiesta sempre minor energia. E poi? Per il “molto dopo” c’è sempre lo smaltimento “metallo dopo metallo”.

Tutto passa comunque da una serie di aspetti che con le batterie di un’automobile c’entra però davvero poco: la cultura, la politica, l’educazione. Una filiera pulita fin dall’inizio è il segreto per far sì che l’auto elettrica sia davvero utile a far respirare meglio i nostri figli e le generazioni a venire. Così come la fornitura di energia elettrica con cui “fare il pieno” di ricariche – fino al meritato fine ciclo di ogni singola batteria, sempre più destinata ad una seconda o terza vita altrove. Il tutto con un occhio al business che tutto ciò rappresenta, che nel giro di qualche lustro varrà oltre mezzo miliardo di Dollari.

 

Pubblicato il 15 April 2019
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